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Com’è andata la prima settimana?

Pillola n. 10 - Martedì 12 maggio

Avete affrontato le uscite di casa con una certa tranquillità oppure l’avete fatto mal volentieri?

Se siete tra coloro che sono usciti con una certa tranquillità, l’invito è di non abbassare la guardia. Può essere che dopo lungo tempo abituati a condividere spazi con i propri famigliari, non sia semplice frenare la nostra istintiva socialità e correre quindi il rischio di abbracciare amici che si incontrano per strada o colleghi in ufficio. Questa nuova modalità relazionale è ancora tutta da imparare e sperimentare. Sicuramente ci saranno dei momenti di stress e di frustrazione per questa nuova mancanza di libertà. Sembra proprio che la libertà di uscire di casa sia indirettamente proporzionale alla libertà di contatto relazionale. In questa situazione credo sia importante considerare questa come una fase di transizione. Non ci sono ancora tutte le informazioni necessarie sul Covid-19 per avere regole chiare su come approcciare il prossimo, quindi per maggiore precauzione valgono le regole della Fase 1 del distanziamento sociale. Occorre però fare attenzione e sforzarsi di mantenere un certo equilibrio, tenendo presente il limite oltre il quale la prudenza sconfina nel territorio dell’ansia.

Nel caso rientraste nella categoria delle persone che abituate ormai alla nuova routine, ai nuovi ritmi ha paura di allontanarsi dal proprio nido sicuro, può essere che abbiate quella che viene definita la sindrome della capanna. Con questi termini si intende l’evitare il contatto con l’esterno dopo un lungo isolamento, come appunto quello sperimentato in occasione della diffusione del coronavirus. Il termine sindrome della capanna è stato coniato in quelle regioni degli Stati Uniti in cui il rigido inverno costringe gli abitanti a una sorta di letargo, sebbene non sia pienamente accettato dagli psicologi.

Ovviamente non stiamo parlando di una sindrome psicopatologica, ma più di una condizione transitoria che però potrebbe renderci difficoltoso l’uscire, se ne siamo obbligati, e potrebbe preoccuparci e farci temere che qualcosa in noi sia cambiato in modo negativo.

Intanto ci tengo a rassicuravi che una prima reazione di questo tipo è assolutamente normale. Il confinamento è stato sicuramente spiacevole, ma i nostri meccanismi di difesa e di sopravvivenza ci hanno permesso di far fronte alla situazione e di attingere a nuove risorse per adattarci. Qualcosa in noi si è modificato e bisogna capire come affrontare le nuove reazioni del corpo e della mente.

Lasciare la propria casa che in questo periodo ha rappresentato, per la maggior parete delle persone, una zona sicura e protettiva, può diventare problematico. Ci si domanda se si sarà in grado, per esempio, di tenere i ritmi del passato, ora che ci si è abituati a ritmi diversi, se si sarà ancora capaci di svolgere il proprio lavoro, ma soprattutto come si affronteranno le persone vis à vis.

Questo tipo di reazione fu riscontrato anche negli americani dopo il crollo delle Torri Gemelle dell’11 settembre. Fa quindi parte di un normale processo di riadattamento, dopo un momento di cambiamento repentino. Bisognerà quindi prestare attenzione a segnali da non sottovalutare, come insonnia e irascibilità, ma solo nel caso in cui questi sintomi avessero una durata per più di tre settimane, vi consiglio di chiedere un consulto a uno specialista per capire e affrontare la situazione.

Quello che ci aspetta fuori di casa è l’incertezza, ma non quella che abbiamo provato all’inizio e di cui abbiamo parlato nell’articolo del 31 marzo 2020, ma si tratta di quella sensazione di pericolo di poter essere contagiati uscendo dalla propria zona sicura. In questi mesi abbiamo delineato un perimetro di sicurezza e ora ci viene chiesto di lasciarlo in un clima di incertezza su cosa possa succedere, tenendo presente le consapevolezze acquisite sulle modalità organizzative della vita sociale all’esterno.

Inoltre siamo ben consapevoli che questa riapertura desti delle preoccupazioni: molti temono un riacutizzarsi dei contagi, altri devono tornare alla vita normale dopo aver perso parenti o amici.

Cerchiamo quindi di affrontare i cambiamenti parlandone con i nostri famigliari, spieghiamo ai “congiunti”, che andremo a trovare, le modalità scelte per rivedersi. Vi consiglio quindi di contattarli prima di recarvi da loro, attraverso messaggi o videochiamate, e concordare come ci si incontrerà. È importante non sentirsi forzati ad abbracciare o togliere la mascherina in presenza di parenti. Nel caso poi qualcuno si senta offeso dalla nostra estrema prudenza, proviamo a superare l’imbarazzo raccontando come stiamo vivendo la situazione e le difficoltà che stiamo incontrando in questo nuovo riadattamento. In fondo c’è chi ha provato queste stesse emozioni nelle prime settimane di confinamento e chi invece le vive oggi nella fase due. La diversità è una caratteristica comune degli esseri umani che li rende unici e capaci di affrontare i cambiamenti attraverso una nuova socialità a cui sarà utile aspirare nei prossimi mesi. 

 

Alla prossima settimana!

Valentina

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Valentina Bellotti
Psicologa Psicoterapeuta dell’Unione della Romagna Faentina - Servizio Infanzia
valentina.bellotti@romagnafaentina.it
M. 327 3386894

Data ultima modifica: 12 Maggio 2020