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Un pensiero di cura per chi non può restare a casa

Pillola n. 6 - Martedì 14 aprile 2020

Nei precedenti articoli ho scelto di trattare il tema dei cambiamenti che le famiglie hanno dovuto mettere in campo nella nuova condizione di vita a cui questa emergenza ci ha esposti, a partire dalla condivisione dello spazio domestico per l’intera giornata a differenza di quanto accadesse in precedenza, dove le attività quotidiane erano scandite per la maggior parte del tempo, fuori dalle mura domestiche. Focus di quegli articoli era la volontà di delineare alcune linee guida per gestire al meglio tempi, spazi ed emozioni che stanno caratterizzando questo particolare momento.

La situazione lavorativa oggi spazia da chi ha avuto l’opportunità di lavorare da casa con la pratica dello smart-working a chi beneficerà della cassa integrazione, fino a chi non ha mai smesso di lavorare. In campo ci sono le persone che si occupano di servizi essenziali (professioni socio sanitarie, dipendenti dei supermercati, lavoratori dei trasporti e in generale chi non è stato autorizzato a fermarsi) oppure chi, per il fatto di non avere un contratto in regola e non potendo beneficiare di ammortizzatori sociali, è stato costretto a proseguire l’attività lavorativa.

È a queste persone che vorrei rivolgere oggi un pensiero di cura.

Un’azione così semplice come uscire per andare al lavoro, azione che compiamo da anni, a volte con piacere e a volte meno, oggi è diventata una vera e propria impresa.

Oltre all’organizzazione pratica già ampiamente trattata in altri articoli, ciò che mi preme sottolineare oggi è la forza dell’impatto psicologico a cui occorre far fronte per chi è stato costretto a non sospendere le abituali attività lavorative.

Vi propongo alcuni degli interrogativi riportati da chi trascorre la giornata lavorativa a contato con altre persone: come andrà la giornata, quante persone dovrò incontrare, si rispetteranno le misure di protezione, correrò dei rischi, sarò in grado di mantenere alta l’attenzione? A cui segue solitamente la forte paura di essere fonte di contagio per i propri cari e di non poterli proteggere adeguatamente da un’esposizione al virus.

Le emozioni che caratterizzeranno questa determinata circostanza, probabilmente potranno oscillare tra l’impotenza, la rabbia, l’aumento dell’aggressività e non ultimo il senso di colpa.

Proviamo ad approfondirne alcune.

 

Sindrome da Stress lavoro correlato/ aumento dell’aggressività/ rituali di protezione dallo stress

La sindrome dello stress da lavoro correlato è nota a molti lavoratori, ma in questo periodo sembra essere più presente del solito, non solo perché i tempi di lavoro si sono dilatati, ma in particolar modo perché l’esperienza del lavoro in sé è diventata più complicata.

La necessità di eseguire nuove procedure, mantenendo alto il livello di attenzione potrà farci sentire insicuri negli stessi contesti in cui in passato eravamo certi di padroneggiare la situazione. In questa nuova condizione potrà capitare di non sentirsi in grado di riuscire a fare tutto nel migliore dei modi. Credo utile chiarire che questo tipo di sensazione sia del tutto normale: se la nostra mente è impegnata a tenere tutto sotto controllo, le energie per concentrarsi sul lavoro si percepiranno come diminuite. A questo punto sarà utile sperimentare alcune strategie per ritrovare la concentrazione da focalizzare espressamente sul lavoro da svolgere. Per esempio, quando si arriva nel proprio posto di lavoro, prima di avviare le consuete attività, occorre provare a concentrarsi su un’esperienza positiva, un ricordo felice, un momento in cui vi siete sentiti bene. Lasciar fluire le sensazioni positive, aiuta a creare una protezione dallo stress attraverso un migliore equilibrio psicofisico. Potrebbe essere utile creare una sorta di rituale di inizio lavoro, al fine di ricreare un momento di benessere, che possa essere ripetibile, in grado di stimolare la concentrazione sulle attività che state per avviare.

Nell’ambiente di lavoro, ma non solo, occorrerà anche prestare maggiore attenzione agli stimoli aggressivi che in questo periodo potrebbero presentarsi più forti del solito. A fronte di una situazione pericolosa, le nostre risposte sono di tipo reattivo: aggredire, fuggire o paralizzarsi. Contrariamente a quanto si pensi, davanti a un pericolo improvviso la reazione primaria è la paralisi, mentre l’aumento dell’aggressività avviene a seguito di situazioni di pericolo prolungate nel tempo. Vi sarà capitato di essere stati aggressivi con qualcuno e di esservi resi conto solo in seguito che a muovere tale aggressività era stata una condizione di paura.

Spesso la reazione aggressiva nasce dalla convinzione istintuale e inconsapevole di non avere altre opportunità di reazione. L’aggressività, per sua natura, viene indirizzata verso chi è percepito come più fragile, producendo di fatto l’aumentato rischio che questi soggetti ignari, diventino con maggiore frequenza il bersaglio dei comportamenti aggressivi. Per questa ragione, nelle relazioni professionali, sarà importante tener conto dell’aumentata condizione di paura a cui siamo sottoposti che potrebbe condurci a una maggiore aggressività.

Frustrazione/ Immagini mentali positive

Un’ulteriore distinzione è da fare nei confronti degli operatori che lavorano in prima linea e che sono quotidianamente a contatto con il Covid-19. Questi affrontano un altissimo livello di stress. I dispositivi di protezione, quando presenti e se adeguati, creano isolamento fisico che rende ardua la possibilità di dare conforto alle persone malate o in difficoltà; trascorrono la giornata in uno stato di allerta costante e devono mantenere un’attenzione molto alta per dare seguito alle molte procedure, spesso precludendo la spontaneità e l’autonomia d’azione a cui precedentemente erano soliti attingere.

Le condizioni fino a qui descritte, creano un altissimo livello di stress, a cui bisogna poter rispondere attivando le proprie risorse interne positive.

Alla fine del turno di lavoro, quando si sarà arrivati nelle proprie case o nei propri luoghi di riposo può essere utile prendersi un momento per pensare a dove si vorrebbe essere, cosa si vorrebbe fare, con chi, definendo così delle immagini mentali grazie alle quali trovare sollievo. In questo modo sarà possibile mettere in circolo pensieri e sensazioni positive, lasciandosi alle spalle il Covid-19 e tutto quello che porta con sé, restituendo spazio a un momento di totale decompressione.

Anche in questo caso, come già accennato in precedenza, è molto importante organizzare la propria giornata, soprattutto quella di riposo, scandendo il tempo con dei piccoli riti quotidiani, provando a fare ogni giorno qualcosa di stimolante, ma soprattutto creando da sé o insieme alla propria famiglia una parola, una frase o un gesto che faccia da portafortuna.

Questi elementi, pur sembrando di poco conto a un primo impatto, in realtà possono essere centrali nell’intento di alleggerire il peso emotivo di chi ogni giorno si espone a forti rischi, sia che lo faccia in prima persona, sia che vi sia esposto di riflesso.

Un aiuto ci arriva anche dagli astronauti che devono partire per la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), abituati non solo alla quarantena pre-missione, ma anche all’isolamento che vivono sulla ISS. In un recente articolo Il Corriere della Sera riportava i consigli di alcuni di loro.

Ad esempio Cassidy suggerisce: “stabilire una routine, penso sia la cosa più importante. Quando si hanno momenti di riposo forzato, imporsi una routine è salutare per il corpo e per la mente”.

Scott Kelly, astronauta della NASA in pensione, invece, suggerisce di prendersi cura di sé stessi coltivando un interesse, tenere un diario per annotare tutto ciò che passa per la testa e cosa più importante mantenersi in contatto con le persone che vi fanno stare bene e sentire al sicuro.

Senso di colpa

Un altro sentimento da affrontare è senz’altro il senso di colpa, che nasce quando si fa strada in noi l’idea che avremmo potuto compiere azioni protettive, che per vari motivi non siamo stati in grado di mettere in atto. Anche per la colpa, come per le altre emozioni, prima di imparare a gestirla è necessario familiarizzare con essa, conoscerla e cercare di capire cos’è e come agisce.

Riconoscere che ci si senta in colpa, significa prendere coscienza delle proprie debolezze, che spesso ci fanno sentire inefficaci. Mettersi in ascolto dei propri punti deboli, è importante a riconoscersi umani e fallibili.

I mass media non sono certo di aiuto in questo processo.

La retorica degli eroi, ad esempio, usata per definire il lavoro dei medici allontana la persona da questo processo di presa di consapevolezza e ha l’effetto di far sentire il medico ancora più appesantito dalla responsabilità di quello che affronta e al tempo stesso ha l’effetto di deresponsabilizzare la collettività, lasciando agli eroi il peso delle scelte.

Ci sono lavoratori sociali e sanitari, ad esempio, che hanno scelto di auto isolarsi nel tentativo di proteggere la famiglia; questa decisione li ha resi di fatto maggiormente vulnerabili, in quanto hanno dovuto rinunciare al supporto che veniva dal contesto famigliare; aumentando il rischio di dover gestire in solitudine le conseguenze di questo isolamento e del processo di stigmatizzazione a cui sono sottoposti. Chi lavora in prima linea, infatti, subisce su di sé un doppio sguardo: in forma astratta, viene rappresentato come eroe, ma in forma concreta può diventare il potenziale portatore del virus.

La tragedia greca ci ha insegnato che gli eroi sacrificano la propria vita nella speranza e in nome di un bene comune, ma nell’organizzazione moderna del lavoro, questa posizione è alla base delle frequenti sindromi da burnout diffuse tra i lavoratori, in particolar modo tra quelli che operano nelle professioni di cura, sottoposti a una enorme pressione.

Rispetto a questi lavoratori in particolare non è facile dare indicazioni sentite come efficaci, in quanto chi è immerso in questo tipo di realtà fatica a vedere una via d’uscita e soprattutto fatica a credere che confrontarsi sulle proprie paure, sui propri elementi di stress, possa realmente cambiare la situazione.

Dalla mia esperienza pregressa con persone che hanno subito torture e sono state immerse in ambienti altamente ostili o violenti, posso affermare con certezza che aprirsi alla condivisione delle emozioni, parlandone con qualcuno, non potrà cambiare la realtà circostante, ma senza dubbio potrà aumentare notevolmente il grado di benessere interiore. In questo periodo è quanto mai opportuno che la mente abbia uno spazio per potersi svuotare da pensieri e negatività, per lasciare spazio a nuove energie e a quella capacità che hanno tutti gli esseri viventi, di trovare strategie e risorse per far fronte agli imprevisti, rendendosi adattabili ai cambiamenti.

Prendere in considerazione il fatto di essere immersi in un contesto traumatico, ci aiuterà a capirlo e leggerlo per quello che è. Non ci sono codardi in questo momento, non ci sono eroi, ci sono solo persone che cercano di fare il proprio lavoro per permettere a tutti di potersi curare e nutrire.

Nella medicina tradizionale cinese esiste il concetto di “neigong, cioè non si può curare se non si rimane sani. È di fondamentale importanza, quindi, che chi resta in prima linea possa essere messo nelle condizioni di proteggersi sia fisicamente che psicologicamente. Cosa che in questa emergenza non è stato possibile garantire a tutti quelli che ne avevano necessità. È giusto quindi che ognuno si interroghi su cosa può o non sente di poter fare. Non è da tutti stare in prima linea. Se qualcuno ha scelto di non starci, ha fatto i conti con i propri limiti, trovando certamente il modo per essere d’aiuto in altra forma.

Tenete conto che rientrando a casa dalle vostre famiglie, ogni strategia di contenimento dello stress che avete adoperato durante la giornata lavorativa, potrà sostenervi anche nella gestione della vita famigliare, dandovi migliori strumenti per modulare le vostre reazioni alla pressione.

Se il carico è pesante e la tensione aumenta, non esitate a contattare un professionista che possa ascoltarvi. Se siete dei coordinatori o responsabili di servizi e avete bisogno di essere sostenuti nel lavoro di ascolto dei colleghi, sappiate che in ogni Comune e Ausl ci sono professionisti in grado di accogliere le vostre richieste e accompagnarvi nell’individuazione di strategie di contenimento dello stress per voi più congeniali.

Potrete trovare varie opportunità per contattare professionisti sul sito dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna: https://www.ordpsicologier.it/coronavirus-ausl

Oltre alla possibilità di contattarmi allo sportello telefonico, attivato dall’Unione della Romagna Faentina per il supporto alle famiglie, a cui rispondo direttamente.

Alla prossima settimana!

Valentina

 
Valentina Bellotti
Psicologa Psicoterapeuta dell’Unione della Romagna Faentina - Servizio Infanzia
valentina.bellotti@romagnafaentina.it

M. 327/3386894

Data ultima modifica: 5 Maggio 2020